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Intervista a Massimo Sagna, importatore di cultura del vino

Intervista a Massimo Sagna, importatore di cultura del vino

Dopo aver interpellato i produttori (leggi le interviste ad Angelo Gaja, Ettore Nicoletto e Francesco Valentini), per fare il punto sullo stato dell’arte del vino in Italia e sulle sue prospettive per il futuro è il caso di sapere come la pensano anche coloro che i vini li distribuiscono. E chi meglio di Massimo Sagna, che commercializza in Italia un mito come il Romanée-Conti e la prima cuvée speciale di Champagne della storia, la Cristal della Roederer, può rappresentare questa categoria?

Sagna importa vino da quasi 100 anni

I vini nobili nascono in collina. Sarà un caso, ma l’azienda di Massimo Sagna è sulla collina di Torino. La sua sede è a Revigliasco, nella palazzina che fu la residenza del fondatore, Amerigo Sagna, che infatti era un nobile: si era conquistato il titolo di barone, oltre a due stelle della Guerra di Liberazione, per il coraggio con cui aveva sfidato nazisti e fascisti dando ricovero e nascondendo partigiani e americani negli ospedali dell’Ordine di Malta che dirigeva. Creata nel 1928, la Sagna è un’azienda familiare assolutamente indipendente, che intende rimanere tale per fornire le massime garanzie di qualità, serietà e continuità. Per riuscirci, in un mondo sempre più dominato dai colossi multinazionali, seleziona e commercializza esclusivamente vini e distillati del massimo prestigio prodotti da aziende a sua immagine e somiglianza, familiari e indipendenti.

Rigore, lungimiranza, intraprendenza

Il rigore con cui i Sagna applicano questa filosofia si è visto nel 1987, quando hanno smesso di distribuire il più importante dei loro prodotti, lo Champagne Mumm, dopo averlo importato fin dalla fondazione, per 53 anni, perché non erano più in sintonia con la Maison di Reims, ch’era stata assorbita da una multinazionale. A prendere questa decisione, che si rivelò brillantissima perché segnò l’inizio della collaborazione con un’altra azienda familiare della Champagne, la Louis Roederer, fu lo zio di Massimo Sagna, Ernesto. Di quello zio così lungimirante e di quel nonno fuori del comune, lui ha ereditato l’intraprendenza, che lo ha spinto a farsi promotore di un rapporto istituzionalizzato con aziende simili alla sua per far squadra e diffondere, insieme al vino, la cultura del vino.

L’intervista a Massimo Sagna

Lei che distribuisce vini esteri in Italia, che cosa pensa del successo che le nostre etichette stanno riscuotendo nel mondo? La sua competitività è effettiva o è determinata in prevalenza dal fattore prezzo?

Il fattore prezzo ha sicuramente il suo peso, ma ritengo che sia vincente la qualità media che negli ultimi tempi si è elevata in modo significativo. I vini italiani, soprattutto i rossi, ora sono competitivi a livello internazionale. Non bisogna dimenticare il grandissimo successo che la dieta mediterranea, e quindi la cucina italiana, riscuote in tutto il mondo. La ristorazione del nostro Paese sta rimpiazzando nelle preferenze dei consumatori altre scuole di cucina che in passato erano considerate le migliori. È ovvio che il vino italiano trovi beneficio in questa situazione. Ne è prova il crescente interesse di importanti produttori esteri, che vogliono investire qui da noi.

Nel catalogo della sua azienda sono presenti anche etichette nazionali di alto profilo. Qual è, secondo lei, lo stato dell’arte nel vino italiano? E quale ritiene sia la sfida più importante che deve affrontare oggi?

Le Case che noi distribuiamo hanno necessariamente l’obiettivo di sperimentare per migliorare costantemente la qualità. Da anni, in tutto il mondo civile, si tende a consumare sempre meno prodotti alcolici. Sono assolutamente convinto che in futuro questa tendenza sarà sempre più evidente e comporterà, di conseguenza, la ricerca da parte del consumatore di prodotti sempre più qualitativi.

Tra i vini che la sua azienda propone non mi pare ce ne sia neanche uno che si proclama biologico, biodinamico o naturale. È presumibile però che lei sia interessato ai temi della sostenibilità e delle esigenze salutistiche sempre più pressanti. Qual è la sua opinione in proposito?

L’attenzione che il mercato rivolge ai prodotti rispettosi dell’ambiente ha naturalmente influito sulle scelte di tanti produttori. I più attenti, già da decenni, si sono impegnati in questa direzione, anche se sovente non hanno voluto pubblicizzare la loro scelta. Nel nostro catalogo abbiamo esempi insigni: la Cuvée Cristal della Maison Champagne Louis Roederer proviene da vigne 100% biodinamiche, per non parlare dei vini del Domaine de la Romanée-Conti che vanta due cru biodinamici nell’ambito di una produzione totalmente biologica. Naturalmente anche tra i produttori italiani che distribuiamo vi sono esempi molto significativi. Cito tra tutti Ronchi di Cialla che va ben oltre la coltura biologica, poiché è tra le pochissime Cantine che ha il diritto di fregiarsi del simbolo di “Biodiversity Friendly”, riconoscimento che si ottiene dopo anni di analisi sulla qualità dell’aria, delle acque, del suolo e del sottosuolo, della biodiversità della fauna aerobica ed anaerobica, ecc.

Per svolgere la sua attività lei deve necessariamente guardare i problemi in un’ottica globale. Da questo punto di vista ritiene che le variazioni climatiche possano provocare mutamenti della natura stessa del vino, imponendo per esempio la dealcolazione? Oppure lo spostamento delle vigne verso nord o verso altitudini maggiori? E non sono prospettive devastanti, queste, per i vini di assoluta eccellenza che lei tratta?

Nella storia dell’uomo e della vigna si sono visti alti e bassi, periodi favorevoli e altri meno. Non sono assolutamente preoccupato, anche se si nota una richiesta di vini con un grado alcolico non eccessivo. Ho ritrovato in un libro alcune note sulle vendemmie dei secoli passati in Alsazia: gli sbalzi climatici ci sono sempre stati e, sovente, ben più gravi degli attuali. Alcuni esempi: nel 1255 l’abbondanza era tale che il vino era utilizzato per impastare il cemento. Seguirono 35 anni di gelo con produzione minima e, a fine secolo, una sovrapproduzione che ne fece crollare il prezzo. Lo stesso si ripeté alla fine del XVI secolo. Nel 1400 dagli anni Trenta per trent’anni il gelo ridusse drasticamente la produzione, per passare poi all’eccesso opposto: nel 1484 si barattavano 50 litri di vino per un uovo. Si potrebbero citare decine di esempi simili.

L’articolo è tratto da Civiltà del bere 6/2017. Per continuare a leggere, acquista la rivista sul nostro store (anche in digitale) o scrivi a store@civiltadelbere.com

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