Il trionfo delle Blue Chips: gioielli famosi nel mondo
In 198 hanno applaudito i 12 vini italiani “a più alta capitalizzazione” - Applausi a scena aperta e una sinfonia sensoriale
«Il Seminario che per incarico e in collaborazione con la Fiera di Verona organizziamo ormai da un decennio 24 ore dopo l’inaugurazione di ogni Vinitaly è molto più di una semplice degustazione. In questi nostri eventi il vino diventa testimone principale nel ristabilire delle verità, offuscate da luoghi comuni, che rischiano di non essere percepite». Sono queste le parole usate da Pino Khail, direttore di Civiltà delbBere, per presentare alle 198 persone che gremiscono la Sala Argento del Palexpo, alla Fiera di Verona, la degustazione dedicata alle Blue Chips del vino italiano.
Perché alle Blue Chips? Perché il falso mito da sfatare quest’anno, chiarisce Khail, è che la grande qualità appartenga esclusivamente alle piccole produzioni: i 12 vini proposti all’assaggio sono autentici capolavori a grande tiratura. E spiega: «Li abbiamo chiamati, prendendo a prestito il linguaggio della Borsa, le Blue Chips, che nella realtà borsistica sarebbero le società a maggiore capitalizzazione, ma nel nostro caso sono i vini che per numero di bottiglie e premi ricevuti rappresentano davvero, nell’universo della qualità vinicola, un valore enorme per l’enologia italiana».
Come sono state selezionate queste Blue Chips? Elencando tutti i vini che hanno ottenuto il massimo voto da almeno due guide del 2010 e specificando per ciascuno quante bottiglie ne sono state prodotte: immessa la lista nel computer, gli è stato chiesto di classificare i vini, già selezionati per qualità, in base alla quantità. «Tenendo conto del prezzo di vendita, in qualche caso anche molto elevato», commenta Khail, «questi vini, reperibili per la loro tiratura in tutti i principali mercati, rappresentano per la produzione una eccezionale capitalizzazione».
Il primo a comparire alla ribalta è un Igt Sicilia bianco, il Cometa 2008, che miete voti al vertice dalle guide italiane e dai giornali esteri. La cantina Planeta ne produce 88 mila bottiglie all’anno, che in enoteca costano 22 euro ciascuna. Scaturisce da uve di Fiano, spiega Khail, ed è nato da una sperimentazione su cloni della Campania trapiantati nel territorio di Menfi. A guidarne la degustazione è proprio chi realizzò quell’esperimento, Alessio Planeta, contitolare e amministratore delegato dell’azienda. «Volevamo individuare vitigni adatti per produrre bianchi di pregio», racconta, «e perciò avevamo allestito campi prova guardando alle varietà del centro sud che ci sembravano più adatte. Ci accorgemmo subito delle qualità del Fiano, e scoprimmo che si esprimeva meglio nei terreni argillosi più vicini al mare ma con risultati molto diversi dall’Irpinia. In Sicilia il vino che se ne trae ha profumi da varietà aromatica settentrionale e struttura da bianco meridionale. In un primo tempo lo facevamo maturare in legno, adesso le eleviamo esclusivamente in acciaio per esaltarne le note di freschezza. Tanto, ha ugualmente una straordinaria capacità di sfidare il tempo».
Soltanto due Blue Chips sono di vino bianco: la seconda è il Nussbaumer 2008, un Gewürztraminer Alto Adige di cui la Cantina Tramin produce 55 mila bottiglie all’anno, che al pubblico costano 19-20 euro l’una. «Il Traminer aromatico con cui è fatto», spiega Khail, «prende nome da Tramin, la zona di cui questa Cantina è la principale realtà vitivinicola». Il direttore dell’azienda, Willi Stürz, ne è anche il tecnico e prepara diversi vini fatti con quest’uva. Uno dei essi, il passito Terminum, ha ottenuto il massimo dei voti da tutt’e cinque le guide del 2010 (impresa riuscita a otto vini soltanto). Ma ha dovuto cedere il passo al Nussbaumer, che di voti massimi ne ha avuti quattro, perché prodotto soltanto in 5 mila bottiglie. Quand’è nato nel 1990, racconta Stürz, anche di Nussbaumer furono prodotte 5 mila bottiglie. Oggi se ne fanno cinque volta tanto, ma i 12 ettari di vigneti tra i 400 e i 550 metri di altitudine che gli danno vita sono composti da appezzamenti di 4-5 mila metri quadrati. La vendemmia, che dura fino al 25 ottobre, è quindi frazionata, e ogni frazione vinificata separatamente in acciaio. Risultato? Una straordinaria espressività che colpisce, al momento della degustazione.
È la volta del primo vino rosso: un Merlot in purezza, il Montiano, Igt Lazio 2007 della Falesco, l’azienda creata da due famosi enologi, i fratelli Riccardo e Renzo Cotarella, nei pressi del lago di Bolsena, al confine tra Lazio e Umbria. Se ne fanno 55 mila bottiglie all’anno e in enoteca costa 35 euro. «È un nuovo classico della nostra enologia», dice Khail nel presentarlo, «esaltato nel mondo da decine di Fan Club e al quale è stato persino dedicato un modello di scarpe da ginnastica Nike!».
È un vino rosso nato in una terra di bianchi, spiega il suo autore, Riccardo Cotarella: bianchi di cui fino a 20 anni fa si diceva, al massimo, «sono senza difetti». Il Montiano è nato nel 1993, per interrompere quella tradizione, da gemme di Merlot innestate su ceppi di Trebbiano. Cotarella si appassiona talmente nel racconto che lo trasforma in arringa: «Parliamo troppo di uve», sostiene: «Questo non è un Merlot, è il territorio vulcanico di Bolsena, ci si sente la pietra focaia e vi si avverte il terroir, che non è fatto soltanto dal terreno e dal clima ma anche dagli uomini e dalla loro passione».
Al podio sale adesso una donna, Vinzia Di Gaetano, volto famoso delle campagne pubblicitarie della Firriato, l’azienda che ha creato con il marito Salvatore a metà degli anni ’80 e di cui è contitolare: presenta l’Harmonium 2007, Igt Sicilia, pluripremiato Nero d’Avola in purezza, produzione 120 mila bottiglie vendute a 20 euro. È un inno alla Sicilia, il suo, al sole, ai profumi e ai sapori dell’isola, ma anche alla storia, alla cultura, alla tradizione che per mezzo di meditate tecniche produttive cerca di esprimere nei suoi vini. L’Harmonium, spiega, nasce in Borgo Guarini, in Agro di Trapani, da vigne impiantate con 5 mila ceppi per ettaro che producono 50-60 quintali per ettaro. Vitigno forte e determinato, il Nero d’Avola è vinificato in acciaio, matura per un anno in barrique e per sei mesi in bottiglia. È un vino di grande identità, spiega, importante per la sua azienda non soltanto per il valore economico, ma anche per quello culturale.
Con la quinta Blue Chips l’attenzione si appunta su un vino storico dell’Umbria, il Rubesco Vigna Monticchio 2005, Torgiano Rosso Riserva Docg della Lungarotti, 70% Sangiovese e 30% Canaiolo. Produzione 50 mila bottiglie, prezzo 25 euro. Creato da Giorgio Lungarotti, ricorda Khail, ha successo da 30 anni. Proprio per questo, sottolinea Teresa Severini Lungarotti, che ne guida la degustazione, è un pezzo di storia dell’Umbria, che celebra il felice matrimonio di questa regione con il Sangiovese. Ma il Rubesco Vigna Monticchio, spiega, è qualcosa di più, è un work-in-progress che ha radici nel passato ma vive intensamente il presente e guarda al futuro: per farlo progredire sua sorella Chiara opera nel vigneto e lei in cantina. Quando nacque veniva commercializzato dopo 11 anni dalla vendemmia, che successivamente sono diventati 10, poi sette e adesso cinque. «Il Vigna Monticchio in degustazione», dice, «è un vino giovane, ma durerà e migliorerà con il tempo: accogliente, piacevole, è progettato per accompagnare i cibi. È morbido come le colline da cui nasce ma ha tutta la forza del carattere umbro».
«Al sesto assaggio», annuncia Khail, «incontriamo un’altra famiglia storica, i Mastroberardino, con il loro Taurasi Docg, il Radici 2005, fatto con uve di Aglianico al 100%, produzione 80 mila bottiglie l’anno, prezzo in enoteca tra i 20 e i 25 euro. È stato il vino della rinascita campana sin dal dopoguerra. Non è solo una Blue Chips: come altri di questa selezione è uno dei 12 vini icona dell’Italia esaltati da una recente copertina di Wine Enthusiast». L’amministratore delegato della Mastroberardino, Dario Pennino, nel ricordarne la lunga storia, sottolinea che è stato uno dei primi a crearsi una fama internazionale mediante le esportazioni e che è presente fin dagli anni 20 a New York, dove aveva spostato il baricentro delle proprie vendite all’estero, dopo aver conosciuto il successo in Sud America, nelle comunità degli emigrati italiani. Elegante e longevo (dura anche 90 anni), il Radici nasce in collina, a 70 chilometri dal mare, nel microclima privilegiato di Mirabella Eclano, su un terreno sciolto e sabbioso dove le ceneri del vulcano, sostiene Pennino, gli trasferiscono lo spirito del Vesuvio.
Annunciando il Terre Brune 2005, Carignano del Sulcis superiore Doc della Cantina di Santadi, Khail lo definisce vino di recentissima fama ma di folgorante successo: difatti è uno degli otto che hanno ottenuto il massimo voto da tutt’e cinque le guide. Insieme al Carignano, per farlo si utilizza anche un pizzico di Bovale sardo, il 5%. Produzione annua 80 mila bottiglie, prezzo 35-40 euro. Dopo aver suscitato uno grande applauso ricordando che è stato l’enologo Giacomo Tachis a metterlo a punto, Khail ha spiegato che il Terre Brune si ricava, da viti a piede franco allevate ad alberello, in antichi vigneti del Basso Sulcis. Antonello Pilloni, presidente della Cantina di Santadi, spiega che il Carignano, portato in Sardegna dai Fenici, ha trovato proprio in questa zona il suo habitat di elezione. «Un po’ più a nord matura già in modo diverso», sostiene. Tachis ha trovato il modo di vinificarlo al meglio facendolo fermentare in acciaio e tenendolo poi 12-14 mesi in barriques di rovere francese, ma ha soprattutto individuato con un lavoro certosino i vigneti migliori. «È un vino che nasce da molta selezione e molta ricerca» ribadisce Pilloni. «E da un piccolo miracolo compiuto dalla Cantina, che per realizzarlo è riuscita a mettere d’accordo 250 produttori di uve».
Quello che viene posto in assaggio adesso è un vino della regione ospite, il Veneto: l’Amarone della Valpolicella Classico Doc 2005 firmato Allegrini. Le uve utilizzate sono Corvina all’80%, Rondinella 15% e Oseleta 5%, la produzione è di 125 mila bottiglie, il prezzo di vendita 60 euro. «Numeri da favola», commenta Khail, «per un Amarone di stile moderno, nel gusto ma anche nella comunicazione, mai convenzionale, sempre al passo con i tempi». A illustrare il vino è infatti Marilisa Allegrini, che della comunicazione per l’azienda di famiglia è per l’appunto responsabile. Ed è inevitabile che parli anzitutto dalla Corvina, il più importante vitigno autoctono della Valpolicella, dalle cui uve si traggono vini differenziati, alcuni semplici altri complessi, ma tutti segnati dal suo inconfondibile aroma di ciliegia e dai tannini morbidi, rotondi, carezzevoli. È inevitabile perché due ricercatori dell’Università di Verona, Mario Pezzotti e Massimo Delle Donne, che hanno studiato il suo genoma, hanno scoperto che l’appassimento delle uve per produrre l’Amarone non provoca semplicemente la disidratazione degli acini ma attiva 415 geni che conferiscono al vino aromi particolari. A 60 anni dalla loro prima bottiglia di Amarone, gli Allegrini sanno bene che è proprio l’appassimento a imprimergli quella personalità ch’è all’origine del suo successo, e lo praticano vigilando perché l’uva non sia intaccata dalla botrytis cinerea per preservare al vino il sapore fruttato. Sono stati loro a promuovere la realizzazione del centro di appassimento Terre di Fumane di cui si servono varie aziende e a cui si deve se l’Amarone di un’annata ideale come il 2005, proprio quella in degustazione, non è stato rovinato dalla pioggia sfortunatamente caduta in vendemmia.
La degustazione giunge ora in Toscana, regione dove si concluderà. Il nono vino è il Flaccianello della Pieve 2006, Igt Colli della Toscana Centrale, della Fontodi. Un SuperTuscan, quindi, ma di Sangiovese in purezza, 50 mila bottiglie che in enoteca si pagano 60 euro l’una. Nato nel 1981, è la bandiera dell’azienda, spiega il produttore, Giovanni Manetti: a conferirgli freschezza ed eleganza sono le uve, provenienti da 80 ettari di vigneti a coltura biologica situati a 450 metri di altitudine nella vallata a sud di Panzano conosciuta come Conca d’Oro. Il Flaccianello non è frutto di un cru ma di una selezione dei migliori grappoli dei migliori vigneti, quelli con gli acini più piccoli, il cui rapporto tra polpa e buccia è tale da conferire al vino maggior concentrazione e longevità. Il rispetto della naturalità è massimo anche in vinificazione: nessuna aggiunta di lieviti selezionati, fermentazione di 25-30 giorni, dopo di che è la permanenza per 18 mesi in barriques nuove ad ammorbidire l’impeto del Sangiovese, che si esprime con sentori di marasca e di viola di straordinaria durata.
«Ed eccoci nell’area di Bolgheri», annuncia Khail, «per assaggiare uno dei mattatori ai vertici delle classifiche non solo italiane». Si tratta dell’Ornellaia 2006, Bolgheri Rosso Superiore Doc, della Tenuta Ornellaia, complessa unione di Cabernet Sauvignon 56%, Merlot 27%, Cabernet franc 12%, Petit Verdot 5%. 140 mila le bottiglie prodotte, 120-140 euro il loro prezzo. Molto apprezzato alle aste, presente su tutti i palcoscenici del mondo, ha perfino conquistato un primo posto nella classifica dei Top Hundred di Wine Spectator. Ferdinando Frescobaldi, presidente della Tenuta, racconta che la sua famiglia l’ha acquisita una decina d’anni fa a Bolgheri, territorio vinicolo il cui straordinario valore era stato intuito per primi dagli Incisa e dagli Antinori. «Non abbiamo cambiato quasi niente», spiega: «ma prestiamo sempre più attenzione alla vigna. La vendemmia ha luogo nel momento in cui l’uva ha raggiunto la maturazione fenolica, e si pratica perciò separatamente in ogni parcella. L’operazione si prolunga di conseguenza per diverse settimane, e poiché i grappoli vengono raccolti a mano e trasportati in cassette da 12-15 chili, per effettuarla abbiamo dovuto dotarci di 40 mila cassette». La vinificazione separata dà luogo a 66 diversi vini base, che vengono assemblati dopo aver trascorso 12 mesi in barrique. Assemblato, il vino trascorre altri sei mesi nello stesso legno e successivamente, dopo essere stato imbottigliato, un altro anno in vetro. Com’è l’Ornellaia, dopo tante cure? «Assaggiatelo», suggerisce Frescobaldi: «Il vino sa parlare meglio di me». Ed è un vino eloquente, visto l’applauso che provocano queste parole.
Sotto i riflettori è adesso il simbolo stesso del Rinascimento del vino italiano, come lo definisce Khail nel presentarlo: il Sassicaia 2006, Bolgheri Sassicaia Doc, della Tenuta San Guido, 85% Cabernet sauvignon, 15% Cabernet franc, 180 mila bottiglie annue che al pubblico costano 130 euro l’una. Sebastiano Rosa, direttore commerciale dell’azienda, ricorda che quando Mario Incisa della Rocchetta decise nel 1944 di impiantare vitigni di Cabernet a Bolgheri fu il primo a comprendere la vera natura di quell’angolo di Maremma, dove fino allora la sua famiglia e quella dei cugini Antinori erano andate a caccia o a fare i bagni di mare. Non inventò quindi soltanto il Sassicaia, creò uno dei più prestigiosi territori vinicoli del mondo, determinandovi una svolta economica e sociale di straordinaria portata. La Tenuta dispone di un centinaio di ettari di vigneto, impiantati esclusivamente nei punti migliori. Le uve del Sassicaia provengono da tre zone molto diverse: ecco dove nasce la sua complessità. Il clima influenzato dal mare e il terreno alluvionale ricco di sassi, da cui ha tratto il nome, gli conferiscono invece freschezza. «In cantina si può soltanto rovinare l’uva», spiega Rosa: «ecco perché noi lavoriamo soprattutto in vigna».
La degustazione, annuncia Khail, ha una conclusione che nessuno era in grado di prevedere. Il meccanismo selettivo, molto severo, tendeva a premiare il primo della classe di ogni azienda. Ma il computer ha segnalato che i primi posti in graduatoria toccavano a tre vini prodotti dalla stessa cantina, quella della famiglia Antinori. Ad averne diritto erano sia il Solaia, con 70 mila bottiglie, sia il Cervaro della Sala con 192, sia, a maggior ragione il Tignanello con 350 mila bottiglie.
«Per regolamento, soltanto uno viene proposto però in degustazione», spiega Khail: «è naturalmente il Tignanello 2006, Igt Toscana Rosso, Sangiovese 85%, Cabernet sauvignon 10%, Cabernet franc 5%, prezzo al pubblico 60 euro. In compenso, facciamo un’eccezione per il suo produttore: Piero Antinori, che lo presenterà, occupi pure dieci minuti anziché i cinque fissati dal regolamento, ma ci spieghi come si fa a essere così bravi».
Antinori ringrazia, ma non intende approfittare dei 10 minuti concessigli. Spiega che vini di grande pregio in quantità consistente se ne producono in tutto il mondo, e cita alcuni esempi, per sottolineare che hanno tutti in comune cinque caratteristiche: 1) un terroir privilegiato: clima, posizione, ma anche età del vigneto; 2) una produzione seguita con grande attenzione e precisione in tutte le fasi, dalla gestione del vigneto alla vinificazione alla maturazione del vino; 3) anche se i numeri sono elevati, un approccio del produttore di tipo artigianale, con cure maniacali esercitate grazie a una sensibilità che permette di andare oltre le indicazioni strumentali e le analisi per valutare ad esempio quale sia il momento migliore per la vendemmia o per la svinatura; 4) la capacità di ripetere la grande qualità anno dopo anno, di selezionare uve, mosti e vini con rigore, di declassare quelli mediocri, di saltare le annate infelici; 5) il primato cronologico: il vino che riesce per primo in una certa tipologia è di solito considerato il migliore.
«Il Tignanello», ricorda Antinori, «è nato quasi 40 anni fa, nel 1971, e ha un significato particolare: è stato un giro di boa non solo per me e la mia azienda ma anche per il vino italiano. La caratteristica che mi preme sottolineare di più è la sua toscanità. È prodotto anche con uve di varietà internazionale, però il vitigno base è il sangiovese, un vitigno bizzarro, che richiede attenzioni, che dà problemi, ma sa ripagare con un vino di grande carattere che può migliorare con il tempo».
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