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Cru del Chianti Classico: un percorso in salita?

Cru del Chianti Classico: un percorso in salita?

Il Chianti Classico cercherà di individuare i propri cru?

Se ne parla da oltre un anno (leggi qui). Ora lo ha lasciato intendere il presidente del Consorzio, Sergio Zingarelli, quando ha dichiarato a WineNews che per avviarsi verso il futuro, lo storico vino toscano imboccherà la strada delle Menzioni geografiche aggiuntive, orrenda definizione escogitata dalla burocrazia ministeriale per definire appunto i nomi dei cru, cioè dei vigneti di più nobile vocazione.

Le prime difficoltà secondo il Consorzio

Zingarelli ha subito messo le mani avanti, però, avvertendo che è una strada difficile, con molte criticità legate a visioni diverse. E difatti, quando è entrato nei dettagli, è rimasto sul generico per non urtare nessuno. Ha spiegato che si sta ragionando sulla base dei nove Comuni della Docg oppure delle sottozone storicizzate. Come dire che si è in dubbio fra il tutto e il contrario di tutto.

 

Sergio Zingarelli, presidente del Consorzio del Chianti Classico

 

Quali Chianti Classico saranno cru?

Altrettanto vago ma sorprendente, invece, l’accenno che ha fatto a un altro dilemma su cui si starebbe meditando: a quale tipologia di Chianti Classico è meglio applicare le menzioni geografiche aggiuntive? Dal momento che si tratta di indicazioni territoriali, la risposta sembrerebbe scontata. Dovrebbero essere applicate a tutti i Chianti Classico ricavati nella zona che porta il nome di quella determinata menzione geografica, indipendentemente dalla loro tipologia. I produttori di Barolo e Barbaresco, ai quali le menzioni sono già state riconosciute, le utilizzano infatti sia per la versione normale che per la Riserva.

Il ruolo della Gran Selezione

Il problema si pone per il Chianti Classico perché si tratta di un vino speciale. Le sue tipologie infatti, non sono due ma tre. A partire dalla vendemmia 2010 alle due esistenti fino allora, il vino d’annata e la Riserva, ne è stata aggiunta una terza, la Gran Selezione. E questa nuova versione era stata varata, sia pur tra mille polemiche, come vertice qualitativo della denominazione. Allo scopo, come aveva spiegato allora Zingarelli, «di valorizzare ancora di più le eccellenze del Chianti Classico ed elevare così l’immagine dell’intera denominazione».

 

 

L’obiettivo è elevare l’immagine del Chianti Classico

Se dopo una così breve esperienza si progetta di puntare sui cru è evidente che l’esigenza di elevare l’immagine del Chianti Classico non è stata ancora soddisfatta. Questo significa che la Gran Selezione, così com’è, non ha centrato l’obiettivo. Eppure le dichiarazioni di Zingarelli lasciano presumere che non si escluda di riconoscere proprio alla Gran Selezione il diritto di fregiarsi in esclusiva delle menzioni geografiche aggiuntive. Come mai?

Verso un SuperChiantiClassico?

È comprensibile che non si ritenga opportuno autorizzare tutt’e tre le versioni di Chianti Classico a indicare in etichetta i propri cru. La portata di questa iniziativa, così parcellizzata, avrebbe obiettivamente un impatto minimo. Ma il motivo più importante è probabilmente un altro. Obiettivo del Consorzio, fin da quando ha creato la Gran Selezione, è stato avere come punta di diamante un SuperChiantiClassico. Un vino finalmente in grado di competere alla pari con Barolo, Barbaresco e Amarone ma anche con gli altri grandi rossi della sua stessa regione: il Brunello di Montalcino e soprattutto i SuperTuscan, nati 40 anni fa da una sua costola ma dai quali è tuttora sopravanzato.

Il problema delle uve di proprietà

Per attribuire in esclusiva alla Gran Selezione le menzioni geografiche aggiuntive bisognerebbe però eliminare la sua caratteristica più significativa, quella di essere il Chianti Classico del vignaiolo: il disciplinare che ne regola la produzione esige, infatti, che sia prodotto esclusivamente con uve di proprietà. Questa norma si poteva legittimamente imporre al produttore quando la Gran Selezione aveva un’alternativa nella Riserva, da cui differiva solo per l’invecchiamento di 30 mesi anziché 24, ma diventerebbe illegittima se gli impedisse di rivendicare in etichetta il luogo di nascita della sua materia prima, che è quello e non si può cambiare, solo perché non ne è il proprietario.

Impariamo dai francesi a valorizzare il terroir

Le contraddizioni che emergono da questa vicenda sono il frutto di una normativa vinicola che utilizza le sigle Doc e Docg millantando credito. Se credesse davvero alla funzione delle denominazioni d’origine, la sua piramide della qualità non sarebbe determinata da operazioni di cantina (Chianti Classico – Chianti Classico Riserva – Chianti Classico Gran Selezione) ma dalla delimitazione sempre più stringente dei territori ad alta vocazione (Bordeaux – Pauillac – Château Latour). È solo tenendo ben saldi i piedi sul terroir che si resiste alla tentazione di realizzare la qualità col “famolo strano”.

 

L’articolo è tratto da Civiltà del bere 2/2018. Per leggere la rivista acquistala  sul nostro store (anche in digitale) o scrivi a store@civiltadelbere.com

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© Riproduzione riservata - 04/05/2018

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