Chi viaggia e chi estirpa

Chi viaggia e chi estirpa

Arriviamo al summit di Cortina giusto al termine di un’infilata di eventi fieristici di rilevanza internazionale: ProWein a Düsseldorf, Vinitaly a Verona e Vinexpo a Bordeaux. È proprio il caso quindi di porsi il proverbiale quesito: ma alla fine della fiera? In un quadro dove i principali Paesi produttori in affanno cercano ossigeno nelle esportazioni, pare che le grandi manifestazioni b2b siano il fulcro del business. In realtà la moltiplicazione dei piccoli eventi, anche di alto livello qualitativo, dedicati a un numero limitato di Cantine, e l’impegno personale di imprenditori che viaggiano senza sosta per presentare i propri vini al fianco degli importatori hanno ridimensionato da tempo il ruolo delle fiere.
Le tre citate, in ogni modo, hanno confermato la propria forza. Con qualche distinguo: Vinitaly è l’apoteosi dell’enologia italiana, un rito annuale che attrae un numero record di visitatori da tutto il mondo. Le altre due, cui possiamo affiancare la fiera di Hong Kong, si contendono il ruolo di vetrina “internazionale”, per numero di Paesi espositori.
Alla fine pare che l’oscar dell’efficienza e dell’internazionalità vada a ProWein. Vinexpo, un tempo considerata la mecca, ha perso il suo appeal: gli espositori hanno percepito un calo di visitatori, in particolate americani e asiatici, anche se i comunicati indicano un +1,5% rispetto al 2011. Risulta sempre più franco-centrica (è passato sottotraccia, tra i dati ufficiali, il calo dei Paesi espositori da 47 a 44), con problemi logistici e disagi in città: traffico, tariffe alberghiere esose… cioè le stesse critiche mosse a Verona, che non dipendono tanto dagli organizzatori, quanto dalle infrastrutture. Molti leader di settore hanno rinunciato da tempo a Vinexpo, come Piero Antinori, altri cominciano a manifestare disagio, come Angelo Gaja, che in una recente comunicazione ha elencato le pecche bordolesi. Pare, piuttosto, che continui a godere di buona considerazione Vinexpo Hong Kong. Ora si concentrano tutti sull’Asia, Cina specialmente, e lo scenario affollato riserverà sorprese. Aspettiamo il termine del 2014 per tirare le somme orientali.

Se sul fronte commerciale cerchiamo di incrementare e valorizzare le vendite all’estero, d’altra parte i dati sulle politiche viticole mondiali destano interrogativi. Ha lanciato l’allarme l’Unione italiana vini: procede senza sosta l’erosione del vigneto Italia. Tra il 2011 e il 2012 abbiamo perso ulteriori 9 mila ettari, nonostante fosse terminato il regime di estirpazione con premio. Perché si abbandonano i filari? Le punte negative si registrano in Sicilia (-4.000 ettari) e in Piemonte (-2.500) con una lieve controtendenza in Veneto (+1.400) e Friuli (+800) regioni interessate dal fenomeno Prosecco. Troppa burocrazia scoraggia aziende agricole già in affanno: secondo l’Uiv è necessario rendere più appetibili gli incentivi alle ristrutturazioni che hanno reso la viticoltura più remunerativa. Si aggiunga che la guerra dei prezzi ha strozzato molti produttori di uve che sopravvivono dedicandosi alla vigna solamente “part-time” e gettano la spugna nel momento in cui la remunerazione non copre nemmeno i costi di gestione.
Il resto della vecchia Europa non se la passa meglio: la Francia come l’Italia ha perso circa 100 mila ettari in 10 anni e la Spagna sfiora i 300 mila. Sembra che la Politica comunitaria abbia portato alla riduzione indiscriminata del vigneto senza proteggere zone in cui la vite non è solo simbolo di identità, ma anche di salvaguardia ambientale, come la cosiddetta viticoltura eroica.

Se l’obiettivo voleva essere il riequilibrio tra domanda e offerta mediante l’abbandono di impianti di infima qualità, non è andata sempre così. Complice la crisi e il crollo dei consumi pare che allevare la vite non convenga più. Michel Rolland, che vinifica in 14 Paesi, sostiene che sia un controsenso che l’Europa espianti le vigne, mentre le superfici aumentano nel Nuovo Mondo, come in Cina. Secondo Pedro Ballesteros Torres, Master of Wine specialista di Politiche comunitarie, non è neppure vero che i Paesi emergenti stiano occupando il terreno lasciato libero dall’Europa per una logica di mercato. Ritiene piuttosto che la situazione sia influenzata da scelte politiche. Ad esempio in alcuni Paesi si cerca di favorire il prodotto alcolico fermentato rispetto al distillato, laddove alcuni governi ritengono che sia importante riservare la produzione di grano all’alimentazione piuttosto che alla distillazione, determinando una sostituzione merceologica. Si segnala, inoltre, che se l’Europa estirpa per certi motivi, l’Australia lo fa per altri: i costi di produzione sono elevati e sono rallentate le esportazioni verso piazze di riferimento, come l’Inghilterra, particolarmente sensibili al fattore prezzo.

Diviene a questo punto fondamentale il ruolo di un’organizzazione internazionale come l’Oiv, un osservatorio privilegiato che si pone l’obiettivo di consolidare la raccolta di dati statistici su scala mondiale e che come organizzazione di riferimento in materia vitivinicola, dovrà mantenere un alto grado di perizia tecnica, giuridica e sociologica per la credibilità delle sue raccomandazioni, utili ai governi per favorire politiche di sviluppo del comparto. Sarebbe inoltre auspicabile, per la tutela di un patrimonio europeo, adottare una prospettiva d’insieme che non applicasse solo criteri “economicisti”, ma che tenesse conto del valore culturale, sociale, ambientale della vigna.
In ultima analisi si otterrebbero anche i risultati economici, dato che i suddetti valori contengono la forza attrattiva di un Paese come l’Italia, che fonda nutrite speranze sul turismo.

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© Riproduzione riservata - 12/08/2013

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