Balsamico
Se qualcuno, avendo tempo da perdere, misurasse la frequenza con cui vengono usati i descrittori nelle schede organolettiche pubblicate dalle guide dei vini, si accorgerebbe subito che il termine “balsamico”, fino a ieri utilizzato in dosi omeopatiche, oggi compare sempre più spesso, tanto da far pensare che sia diventato di moda. Ma le note balsamiche si percepiscono sempre più spesso perché ci sono o perché si cercano? Spiega l’aureo Dizionario Veronelli dei termini del vino che tra i principali odori della serie balsamica si distinguono l’anice, il cedro, l’eucalipto, il ginepro, l’incenso, la menta, il pino e le resine. Tutti sentori facilmente riconoscibili. È quindi da supporre che una serie di vini siano oggi realizzati in modo mirato, magari usando particolari lieviti, perché emanino sentori balsamici. Il che significa avviarli sulla strada dell’omologazione. Ma il buffo è che non si tratta di una pratica inedita: Greci e Romani conferivano aromi balsamici ai loro vini sciogliendovi della resina. Non c’è niente di più antiquato delle tecnologie d’avanguardia.
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